Già verso la fine del secolo passato Gaetano Pellegrini, annotando in una sua opera d'agronomia i limiti dell'area olivicola che si può definire "gardesana", citava, ovviamente con le denominazioni d'allora, talvolta dissimili dalle attuali, i comuni in riva al lago, come Bardolino, Castelletto di Brenzone, Garda, Torri del Benaco, Malcesine, Peschiera, ma anche quelli dell'entroterra più o meno prossimo, come Affi, Caprino, Castelnuovo, Castion, Cavajon, Costerman, Pastrengo, Rivole e Sona. L'olio che si trae dalle ulive raccolte in questi oliveti secondo tecniche antiche, quasi con ritmo di riti arcaici della civiltà contadina, con grande fatica su difficili terreni di costa, ha caratteristiche qualitative raffinatissime. Giorgio Gioco, chef-giornalista veronese, quest'olio lo sente "erbaceo, dolce, ben definito, elemento che, con un pezzo di pane e una "presa" di sale, ti regala un pasto completo". Col profumo delle piante "mediterranee" della riviera e delle varietà floreali baldensi che armonizzano il favoloso bouquet. E Paolo Berni, a proposito dell'olio extravergine d'oliva annota che "è il più digeribile; riduce l'invecchiamento cellulare; previene i calcoli biliari; favorisce lo sviluppo cerebrale; manifesta un effetto antitrombotico e ipocolesterolemizzante; è l'olio più resistente al riscaldamento (cottura e frittura)" . Insomma, esperti di gastronomia e di scienza dell'alimentazione sembrano andare a braccetto. Area di grande olivicoltura, dunque, quella ai piedi del monte Baldo. Da quando con precisione non lo sa nessuno. C'è chi dice che a coltivare ulivi si sia incominciato ai tempi dei romani. In un libro cinquecentesco si legge addirittura che gli olivi del Benaco "contendono di antichità coi Marmi dei primi Romani". Sta di fatto che i primi documenti sin qui ritrovati circa l'olivicoltura benacense risalgono a qualcosa come milleduecento anni fa. In una carta del 771 si legge d'una badessa che ottiene da un chierico di Sirmione circa centosessanta olivi in vari appezzamenti di terreno. Verso la metà del nono secolo sappiamo che l'arcidiacono Pacifico possiede olivi a Malcesine, Brenzone e, forse, Garda. Pochi anni dopo Berengario I dona al monastero veronese di San Zeno delle terre con olivi a Bardolino. Nel 993 sei uomini d'un non meglio precisato villaggio di Sione, dalle parti di Malcesine, ricevono dal monastero veronese di Santa Maria in Organo delle terre con l'obbligo però di piantare ogni anno ventiquattro olivi, di coltivarli e di spartire metà olive coi monaci. Poco dopo l'inizio del secondo millennio sappiamo che la località della riviera in cui la produzione olivicola è maggiore è quella delle Baesse, oggi in comune di Costermano, di proprietà del monastero bresciano di Santa Giulia. Bene o male c'entra sempre qualche ecclesiastico in faccende d'olivi. Perché tanto interesse di gente della chiesa per l'olivo gardesano? Per scopi alimentari, certamente, magari anche per il commercio, sicuramente poi perché l'olio era necessario in pratiche liturgiche. Olio d'oliva, ed extravergine, come condimento della dieta mediterranea in contrapposizione coi grassi animali della cucina nordica, si dice spesso. Forse una conferma della scarsa conoscenza delle qualità dell'olio d'oliva da parte delle genti germaniche del passato viene anche da un fatterello storico: nel 1158 i soldati del Barbarossa, accampati presso Garda, avrebbero tagliato senza pietà numerosi olivi per farne legna da ardere o per utilizzare i tronchi per la costruzione di stalle per i cavalli. Sta di fatto che l'olivo, fra le genti del posto, aveva invece un'importanza enorme: basti pensare che nel Duecento a Malcesine e Brenzone si garantiva la continuità della coltivazione impedendo la vendita d'uliveti e di terre a chichessia, tranne che ai congiunti. Nel Quattrocento Marin Sanudo, scrivendo una relazione d'un viaggio nella Riviera di Salò, ricordava che "si cavalcha sempre per olivari pareno boschi". E si traeva tanto olio da quegli uliveti che, come diceva Bongianni Grattarolo nel lontano 1598, non solo bastava per "sè e per le città e Territori vicini, ma per mandarne in molti altri luoghi della Italia e della Germania ancora". Col tempo andò affinandosi anche la selezione delle varietà d'olivo. Già alla fine del Cinquecento lo stesso Grattarolo annotava ben dieci varietà di olivi coltivati in riva al Benaco. Agli inizi del Novecento, il Sormani Moretti di varietà ne conta una quindicina. Oggi la varietà leader sembra essere la Casaliva, detta anche Drizar, che dà buone rese e ben s'adatta all'ambiente, seguita dal Favarol, dal Trepp e dal Grignan. Sono quattro varietà "storiche", tradizionali della zona. E comunque presente anche qualche cultivar d'origine toscana, come il Leccino, il Frantoio ed il Moraiolo, soprattutto nella parte meridionale del Garda. Il tutto a fondersi nella luce grigio-argentea degli uliveti ancora faticosamente coltivati sui rilievi che dal Garda e dalla vallata atesina salgono verso il monte Baldo. Il Consorzio di tutela dell’olio extravergine di oliva del Garda - Riviera degli Olivi ha sede a Bardolino, in Piazza Matteotti 8 (tel. 045/7210820). E’ sorto nel 1978 e propone varie iniziative a carattere promozionale. Ha curato la pubblicazione del volume “La Gardesana dell'Olio” (1987) con riferimenti sulla strada dell'olio ed alla gastronomia locale. Da consultare gli atti dei convegni “L'olivo del Garda veronese” e "L'olio d'oliva nella cultura e nell'alimentazione dell'uomo” (1985) tenuti a Torri del Benaco nel 1982e 1983. Informazioni sull'olivicoltura baldense negli interventi “L'olivo: una cultura da salvare” di Giorgio Bargioni e “L'olio extravergine di oliva: nutrizione e salute” di Paolo Berni in “Vita del Monte Baldo” (1985) edito dalla Comunità montana del Baldo. Notizie dettagliate di storia dell'olivicoltura locale in “Un lago, una civiltà: il Garda” (1984). A Castelletto di Brenzone, il 25 novembre, si svolge la tradizionale antica Fiera di Santa Caterina, dedicata alla zootecnica baldense ed all'olio nuovo. Presso il Museo del Castello scaligero di Torri del Benaco (tel. 045/6296 111) ricostruzione di un antico frantoio ed esposizione di attrezzi dell'olivicoltura locale.
L' oro liquido che viene dagli oliveti Angelo Peretti
La sponda veronese del lago di Garda viene nominata dalle guide turistiche come la "Riviera degli Olivi". Ed una volta tanto non si tratta d'un semplice slogan pubblicitario. E’ invece la definizione perfetta d'un territorio che, soprattutto nel suo tratto settentrionale, quello che corre fra le acque gardesane e le vette baldensi, ha nell'olivo l'elemento caratterizzante. E non solo la riviera è dominata dall'argento dell'uliveto, ma anche l'entroterra benacense-montebaldino, sino alla piana di Caprino ed alle sue contrade, sino alla grande vallata dell'Adige.
